La memoria serve a conservare le informazioni nel tempo, contribuendo alla sopravvivenza dell’essere umano. Ma anche dimenticare è importante. Ecco spiegato perché.

L’apprendimento e la memoria sono due fenomeni strettamente connessi tra loro che consentono agli esseri viventi di acquisire nuove conoscenze, di conservarle e di rievocarle quando necessario.

Queste caratteristiche sono proprie di diverse specie, dagli invertebrati ai mammiferi, probabilmente a causa della necessità di adattare il comportamento al cambiare delle condizioni esterne, favorendo così la sopravvivenza, ma la maggiore complessità del cervello umano le rende ancora più affascinanti.

La memoria è il processo continuo di conservazione delle informazioni nel tempo. È parte integrante della cognizione umana, poiché consente agli individui di ricordare e attingere a eventi passati per perfezionare la loro comprensione di ciò che accade nel presente per guidarne i comportamenti.

Le tre fasi della memoria

Ci sono tre fasi principali che caratterizzano il funzionamento della memoria:

  1. La codifica: si riferisce all’elaborazione iniziale delle informazioni che vengono acquisite e convertite in un formato adeguato per l’archiviazione, un po’ come accade per i computer.
  2. L’archiviazione: è il processo che consente di conservare una copia o una registrazione permanente delle informazioni codificate.
  3. Il recupero: si riferisce al successivo utilizzo delle informazioni archiviate in memoria per eseguire un determinato compito.

I due tipi di memoria

Esistono due tipi di memoria: memoria a breve termine e memoria a lungo termine. Le informazioni codificate vengono prima archiviate nella memoria a breve termine e poi, se necessario, vengono archiviate nella memoria a lungo termine.

Le informazioni archiviate in questi due distinti tipi di memoria vengono recuperate in modo diverso:

  • Nella memoria a breve termine le informazioni vengono recuperate nell’ordine in cui sono memorizzate (ad esempio, un elenco sequenziale di numeri).
  • Nella memoria a lungo termine il recupero avviene per associazione (ad esempio, per ricordare dove si è parcheggiata l’auto può essere utile ritornare all’ingresso attraverso il quale si è entrati nel parcheggio).

Anche dimenticare ha la sua importanza

L’attenzione degli scienziati si è concentrata prevalentemente sulla durata dei ricordi ma, recentemente, sempre più studi stanno considerando anche l’importanza del dimenticare e di come questo influenzi il modo di prendere decisioni e di reagire ai cambiamenti nell’ambiente circostante.

Sembra che la transitorietà dei ricordi, infatti, aumenti la flessibilità comportamentale limitando l’influenza di informazioni vecchie sul processo decisionale, e prevenga l’attaccamento eccessivo a ricordi o eventi passati specifici.

Secondo questa visione, la memoria non dovrebbe essere vista semplicemente come un mezzo per la trasmissione del maggior numero possibile di informazioni, nel modo più fedele possibile, per il tempo più lungo possibile. L’obiettivo della memoria è guidare un processo decisionale intelligente e per questo la transitorietà non deve essere vista come un fallimento della memoria, ma piuttosto, può rappresentare un investimento in una strategia mnemonica più ottimale.

Ma come funziona la memoria?

Erik Kandel neurologo e psichiatra statunitense, premio Nobel per la Medicina nel 2000 affermava: “Per forza la mente è un prodotto del cervello, come potrebbe essere diversamente?”. È stato proprio grazie ai suoi studi che sono state gettate le fondamenta per la comprensione dei meccanismi cerebrali alla base di memoria e apprendimento.

Il cervello umano è costituito da svariate decine di miliardi di cellule nervose (neuroni), che comunicano tra loro inviandosi segnali elettrici e chimici attraverso delle connessioni neuronali dette sinapsi. Ogni singolo neurone può essere collegato a migliaia di altri neuroni. Essendo il cervello umano, così come quello dei primati, troppo complesso da studiare, i primi studi sul funzionamento della memoria sono avvenuti sulla Aplysia, una lumaca particolare, di tre chili di peso, lunga circa trenta centimetri e con “soli” 20.000 mila neuroni di grosse dimensioni.

Grazie all’Aplysia, Kandel scoprì che il nostro apprendimento non avviene modificando i neuroni, bensì rinforzando le connessioni tra di essi (sinapsi) o costruendone di nuove.

Successivamente si è scoperto che, la memoria a breve termine (MBT) è creata rinforzando le sinapsi esistenti, mentre la memoria a lungo termine (MLT) richiede la creazione di nuove sinapsi e che il rimodellamento delle sinapsi coinvolge anche l’espressione genica.

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BIBLIOGRAFIA

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